Chiamaci al 0734 631864 o 337 633950 o manda una mail a info@tiralento.it
English   French

Nella storia de Tour de France il segreto del ciclismo

Nella storia de Tour de France il segreto del ciclismo
aprile 2, 2016 Giuliano Traini

Il caldo soffocante e la fatica disumana. La miseria e il successo. Gli eccessi della gioia e del dolore. La sfida e la paura. Tutto per una maglia gialla. Il Tour de France racchiude il segreto del ciclismo. La sua epica. Appena creata la corsa è diventata immediatamente la “Grande Boucle” e i corridori i “forzati della strada”. Registi e scrittori, attori e artisti, nessuno ha resistito al suo fascino travolgente. Tutti ne sono rimasti incantati, molti hanno tentato di descriverlo.

Il Tour nasce nel 1903 per una scommessa fatta da Henry Desgrange con se stesso sulla pelle degli altri, i corridori. La posta in palio è alta: per Desgrange, direttore del giornale “l’Auto” c’è in ballo la supremazia sul concorrente “Le Vélo”; per gli atleti un gruzzolo tale da cancellare ogni preoccupazione per gli anni a venire.

Al via si presentano corridori già affermati e semplici operai, avventurieri e disperati. Il 19 luglio 1903, alle 15, sessanta concorrenti si radunano alla periferia di Villeneuve-St Georges, li attendono 2.428 chilometri divisi in sei tappe, hanno tre giorni a disposizione per portare a termine ogni frazione.

A Parigi giungono una ventina di superstiti messi in fila da Maurice Garin, un emigrante valdostano che ha abbandonato gli attrezzi da spazzacamino per dedicarsi a tempo pieno alla bicicletta.

Garin, ormai naturalizzato francese, vince anche la seconda edizione ma viene squalificato insieme ai primi quattro della classifica per essersi fatto trainare, nella notte, dalle auto del seguito grazie ad un filo di ferro. L’anno dopo vengono eliminate le tappe notturne.

Desgrange è un geniale e instancabile inventore e il Tour de France è il suo laboratorio. Nelle prime edizioni 1 concorrenti hanno la possibilità di scegliere se puntare alla classifica generale o solo ai traguardi parziali, in questo caso possono anche ritirarsi e riprendere il via nella tappa successiva. Nel 1905 fra lo stupore e lo sgomento viene introdotta la prima montagna: il Ballon d’Alsace, una sfida ritenuta impossibile, pronta la smentita di René Pottier che lo scala all’incredibile media di venti all’ora. Due anni dopo si affrontano i Pirenei.

La corsa è massacrante, i distacchi sono abissali. Per rivitalizzare l’agonismo si introduce la classifica a punti così anche chi è penalizzato dalle montagne può puntare alla vittoria finale. La disparità fra corridori professionisti, assistiti dalle squadre, e aspiranti campioni, privi di contratto e abbandonati a se stessi, spinge Desgrange a creare una classifica separata.

La sperimentazione è irrefrenabile, il regolamento è in continua evoluzione: nel 1913 si disputa persino una tappa col pignone fisso. Nel ’19 viene istituita la maglia gialla (il colore del giornale organizzatore) per individuare il leader della classifica. Qualche anno dopo arrivano le squadre nazionali, poi gli abbuoni, le tappe a cronometro, le classifiche parziali del Gran Premio della Montagna e la classifica a punti.

Il Tour ha inventato il ciclismo moderno. Lo sciovinismo francese lo ha reso uno dei maggiori eventi sportivi, adombrato appena da olimpiadi e mondiali di calcio, manifestazioni a cadenza quadriennale.

Sulle strade francesi si sono consumati drammi terribili e farse da operetta. Si sono vissute avventure al limite dell’incredibile e gesti di grande umanità.

Le prime edizioni del Tour sono da epopea western: accade di tutto dal traino alla semina dei chiodi; dal boicottaggio delle autorità, che impediscono l’accesso in alcuni paesi, agli agguati ai corridori, con relative scazzottate, ad opera dei tifosi delle fazioni avverse. Nel 1904 persino Gerbi, un uomo tutt’altro che tenero, è costretto al ritiro in seguito ad una sassaiola seguita dalle bastonate elargite con grande generosità e vigore dai tifosi di un certo Faure, poi squalificato.

Ma gli incontri di boxe avvenivano anche fra concorrenti. Due anni dopo il gigantesco Troulissier per vendicarsi del reclamo presentato da Dortignacq aggredisce il gracile rivale e lo scaraventa in un fosso; al termine della tappa Troulissier, giunto primo, attende il rivale per oltre un’ora e inizia il secondo round davanti agli occhi sbalorditi di tifosi e giudici.

Al ciclismo si avvicinano sbruffoni sfaccendati e timidi operai: il Tour li plasma e li fa diventare personaggi. Il bizzarro Petit Breton vince il suo secondo Tour pronosticando Faber per l’anno seguente, a chi gli chiede come fa a saperlo risponde maliziosamente “Perché io non ci sarò più. Mi ritiro da trionfatore”.

E nel 1909 vince proprio il colosso lussemberghese Faber che in una intervista dichiara candidamente di essere felice di fare il corridore: guadagna tanto e fa molta meno fatica rispetto a quando faceva il facchino.

Sono tempi in cui chiunque, armato di coraggio e spirito d’avventura, può partecipare al Tour ide France.

Persino un eclettico milionario tale Pépin de Gountad si schiera al via nella categoria isolati: ha assoldato due gregari per farsi scortare e con loro, agli orari canonici, si ferma a sorseggiare aperitivi e a consumare pranzi luculliani.

Per gli italiani il Tour sembra stregato, qualche piazzamento nelle posizioni di rincalzo della classifica e qualche sparuta vittoria di tappa è quanto riescono a raggranellare fino agli anni venti. Solo Rossignoli, grazie a una vittoria fra gli “isolati”, conquista un po’ di celebrità. A rompere l’incantesimo arriva un muratore friulano emigrato in Francia, Ottavio Bottecchia. Assoldato dall’Automoto nel ’23 per fare da spalla all’idolo francese Henry Pelissier, Bottecchia vince una tappa e giunge secondo nella classifica finale, indossa anche la maglia gialla ma è solo uno sconosciuto gregario e deve sottostare agli ordini di scuderia. Tira i freni ma l’anno seguente non sente ragioni, vince la prima tappa e porta” la maglia gialla fino a Parigi. I fratelli Pelissier per non subire l’onta di una sconfitta dovuta a un sottoposto si ritirano con una banale scusa.

Un trionfo anche l’edizione del ’25 vince quattro tappe, tra cui la prima e l’ultima, e giunge a Parigi con quasi un’ora di vantaggio su Buysse. Per i francesi è “Botescià”, un eroe nazionale benché straniero.

Le vittorie di Bottecchia spingono gli italiani a tentare sempre più numerosi l’avventura, ma per loro ci sono solo i gradini più bassi del podio e i successi parziali. Nemmeno un campione come Binda riesce a spezzare la sorte avversa. Nei primi anni trenta gli emigranti italiani si consolano con le vittorie di un istrionico velocista toscano, Raffaele Di Paco: potente e scaltro da far esaltare i tifosi, bello e simpatico da far innamorare le mogli.

Nel 1937 tenta 1’assalto alla maglia gialla anche il ventitreenne Bartali, ha vinto gli ultimi due Giri d’Italia ed è maturo per la “Grande Boucle”. Bartali vince la tappa del Galibier e indossa la maglia gialla, il giorno seguente cade in discesa finendo in un torrente gelato, si rialza e riparte, mantiene per un soffio il primato in classifica. Presto è costretto a cedere le insegne di leader e a ritirarsi a causa di una bronchite. Un esordio sfortunato ma promettente, tanto che il regime fascista, 1’anno seguente, lo costringe a disertare il Giro per preparare con cura il Tour. E Gino non fallisce l’obiettivo.

Dieci anni dopo si ripresenta in Francia ormai vecchio ma ancora grintoso, vince la classifica e ben sette tappe. Con le sue imprese in montagna, contribuisce a calmare gli spiriti di rivolta che aleggiano in Italia nel clima infuocato del dopoguerra e in seguito all’attentato a Palmiro Togliatti.

Dopo Bartali è il turno dell’eterno rivale Fausto Coppi che, giunto in Francia dopo la vittoria del Giro, non è preso in seria considerazione: gli esperti sono convinti che sia impossibile vincere Giro e Tour nello stesso anno. Fausto zittisce tutti nonostante un avvio alquanto sofferto. Ripete l’accoppiata Giro-Tour nel 1952.

Otto anni dopo Gastone Nencini vince anche grazie alle sue acrobatiche discese. Nel tentativo di seguire lo spericolato atleta fiorentino Riviere, l’antagonista francese, cade e si frattura la spina dorsale.

La sorte, a volte, si diverte a giocare scherzi bizzarri. Così, un giovanissimo Gimondi, dopo aver conquistato il terzo posto al Giro, è costretto a rinunciare, all’ultimo momento, alle meritate ferie e a rimpiazzare un compagno impossibilitato a partire per la Francia. È la sua fortuna. Deve correre solo poche tappe e poi tornarsene tranquillo in Italia. Si ritrova in maglia gialla a lottare contro Poulidor e Motta.

Al Tour de France sono state scritte molte delle più belle pagine del ciclismo. Anche se i titoli dei giornali hanno ecceduto nell’enfasi e negli aggettivi, le gesta dei corridori sono sempre state grandiose, ricche di umanità e coraggio. Quella che può sembrare retorica spesso è solo la nuda realtà.

Sulle strade della “Grande Boucle” campioni come Anquetil, Merckx, Hinault e lndurain hanno sfiorato l’impossibile conquistando ben cinque successi. Un’impresa titanica quando già appare ardua la soglia delle tre vittorie di Bobet e Lemond.

Al Tour l’incredibile diventa normalità. Si sono visti grimpeur impareggiabili come Bahamontes fermarsi in cima alle salite, in attesa del primo inseguitore, per paura di affrontare la discesa. Campioni in maglia gialla come Anquetil e Nencini sorpresi a sorseggiare Champagne o con il mozzicone di sigaretta in bocca prima della partenza di una tappa. Corridori come Luis Ocana combattere testardamente contro la sfortuna e alla fine avere la meglio.

Si può anche inseguire testardamente il sogno della maglia gialla per quattordici anni senza riuscire nemmeno a sfiorarla, nonostante sette vittorie di tappa e tre secondi posti nella classifica finale, come è capitato a Poulidor.

ll Tour è il dramma di Simpson che si accascia sul Ventoux o di Fabio Casartelli che scivola in discesa. Ma il Tour è anche la gioia di Lemond che torna a vincere quando non credeva più di essere un corridore. E la sfrontatezza di Chiappucci e l’insicurezza di Bugno. La delusione di Magni, costretto ad abbandonare la corsa mentre indossa la maglia gialla, e la perseveranza di Zoeternelk e Van lmpe, al via per sedici anni, il primo, e quindici, il secondo, senza mai ritirarsi.

Il Tour de France è l’onta del doping e la voglia di ricominciare, di riscrivere la “leggenda”. È il passato e il futuro del ciclismo.

 

Disegno tratto dal libro La saga du Tour de France