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Tour de France, un fascino senza fine

Tour de France, un fascino senza fine
aprile 2, 2016 Giuliano Traini

Il Tour de France è un grande Luna Park, un caleidoscopio di colori e sentimenti. È il pozzo dei desideri di ogni atleta, la meta inevitabile di qualsiasi carriera. Un corridore può dirsi tale solo dopo essersi immerso nel frastuono della Grande Boucle e lasciato travolgere dall’onda di passioni ed emozioni che la corsa regala. Ognuno si schiera al via con un’ambizione tagliata su misura: la vittoria di una tappa o di un gran premio della montagna, la maglia verde o quella gialla.

Dietro la curva si cela la fama effimera o la gloria perenne. Gregari e capitani, schiappe e campioni possono trovare il Paradiso o l`Inferno, il Purgatorio non e contemplato. Il Tour è l`esasperazione del ciclismo, l`eccesso e il simbolo di uno sport antico che trova spazio in un’era dominata dai microchips.

Il gesto atletico diventa sublimazione della fatica. Il corridore un sacerdote che rinnova un rito antico, apparentemente anacronistico.

L’enfasi al Tour de France e di rigore, come lo smoking nelle serate di gala. Ma le parole raramente riescono a descriverne l`atmosfera, tantomeno le immagini possono penetrare lo spirito che lo animano. Per capire il Tour bisogna viverlo, sentirne il profumo suadente. La corsa è un grande affresco che ti incanta nei piccoli particolari. È spettacolo prima ancora che la gara cominci. Una cornice fastosa e psichedelica attira la folla, non tutti sono tifosi ma anche gli ignavi restano ipnotizzati dall`evento. Si, perche il Tour è davvero un evento sportivo planetario, un fenomeno massmediologico secondo solo alle Olimpiadi e ai mondiali di calcio, un avvenimento che, a dispetto degli altri, si rinnova ogni stagione.

Sulle strade francesi è nato il vero ciclismo, sui sentieri alpini e pirenaici sono sbocciati i primi miti dello sport. Oggi come cento anni fa il Tour promette fama, ricchezza e immortalità atletica. Per vincere non occorre vendere l’anima al diavolo, non servono filtri magici, l`atleta deve e può contare solo su sé stesso, sulla sua forza e sulla sua fantasia.

Agli inizi del Novecento il Tour è un’avventura, intrupparsi nella sua carovana equivale a salpare in cerca del1’isola del tesoro. Al via si schiera una fauna umana tra le più variegate, dal nobile annoiato al minatore, dall’avventuriero senza scrupoli all`impiegato in fuga da una vita grigia.

La grande corsa rappresenta una opportunità di riscatto sociale, una scorciatoia accidentata verso il benessere, una promozione sociale conquistata attraverso il sudore. Alla fatica e ai sacrifici i corridori sono abituati da sempre, la loro estrazione popolare li ha temprati fin da bambini, lavorare nei cantieri o nelle miniere è sicuramente più faticoso che andare in bicicletta su e giù per il Paese. I “forzati della strada” sono abituati agli stenti, hanno ben conosciuto altri lavori forzati, le spinte o le sgomitate in gruppo fanno sorridere rispetto alla quotidiana lotta per la sopravvivenza.

In un secolo la vita dell`uomo è cambiata radicalmente, sono mutate le condizioni sociali, l`inarrestabile evoluzione tecnologica ha imposto nuove abitudini. Il Tour de France ha saputo rinnovarsi, adeguarsi al mutare dei tempi mantenendo intatto il suo spirito. È questo il suo segreto.

La Grande Boucle è un gigantesco spot al ciclismo ma, allo stesso tempo, un cattivo promoter. L’apparente contraddizione è presto spiegata: mentre attira tutta l’attenzione dei mass media, il Tour, sottrae risorse alle altre corse, risorse economiche e atletiche in quanto i corridori più forti si giocano tutto sulla ruota di Parigi. La cinquina assicura una vecchiaia serena, gli ambi e i terni regalano ingaggi principeschi. Da queste parti perfino i premi di consolazione gratificano il portafogli. Un gregario può tranquillamente raddoppiare il proprio stipendio senza rischiare spregiudicate incursioni in borsa, il montepremi è talmente ricco da soddisfare tutti. Senza contare l’indotto rappresentato dai numerosi Criterium organizzati in ogni angolo della Francia per perpetuare lo spettacolo. Un cartellone zeppo di repliche a beneficio del pubblico ma, soprattutto, delle comparse.

Il Tour chiede da sempre l`esclusiva ai suoi protagonisti, la fedeltà e la dedizione totale vengono ripagate generosamente. Tanti corridori che hanno scritto la storia della maglia gialla non si sono mai avventurati sulle strade italiane, inseguire una vittoria al Giro può sgonfiare i muscoli, distogliere dall`obiettivo principale. Solo i veri campioni non hanno mai fatto calcoli di basso profilo, non hanno mai concesso l’esclusiva. Per scrivere la storia del ciclismo bisogna saper rischiare, non saziarsi con un solo pasto anche se e il più buono, il più gratificante del mondo. Accontentarsi di vincere una sola gara, per quanto prestigiosa, riduce il campione al ruolo di travet del pedale e tradisce lo spirito che anima la caccia alla maglia gialla.

Negli ultimi decenni solo Pantani (Armstrong non merita di essere menzionato) ha seguito la strada aperta da Coppi e Anquetil, Merckx e Hinault. Il corridore romagnolo ha incarnato lo spirito d`avventura e quel gusto dell`impresa del ciclismo epico: gli ingredienti che hanno fatto grande il Tour de France. Per questo motivo Marco è diventato il corridore più amato del ciclismo moderno.

 

Disegno tratto dal libro La saga du Tour de France