Chiamaci al 0734 631864 o 337 633950 o manda una mail a info@tiralento.it
English  French

L’emozione irripetibile di pedalare a ruota di Bottecchia e dei Pelissier

L’emozione irripetibile di pedalare a ruota di Bottecchia e dei Pelissier
agosto 21, 2014 Luigi Notariani
In Amarcord, Eventi

Ma chi me lo ha fatto fare? È il ritornello che si rincorre in testa mentre solco, pedalando controcorrente, il fiume d’acqua che ha deciso di usare la strada come letto per scorrere verso il fondo valle. Da mezz’ora piove a dirotto. È uno di questi nuovi temporali estivi, improvvisi ed eccessivi, bombe d’acqua li hanno ribattezzati i telegiornali e di acqua ne è venuta giù davvero tanta. E se ti assale mentre sei in sella a una bici ne sembra ancora di più.

Sto risalendo verso Montelparo sul percorso de i Forzati della Strada. Pedalo sull’ultimo tratto di strada bianca di questo “flash mob” di ciclismo d’epoca. Sulle gambe ho già un’ottantina di chilometri, troppi per le mie gambe poco allenate: con meno di mille chilometri si fatica a pedalare sull’asfalto, figuriamoci sulle strade sbrecciate e con i rapporti di una volta.

Piove a dirotto ma l’acqua regala una sensazione piacevole. Se era freddo sarebbe stata tutta un’altra storia. Dai campi si formano piccole cascate che si riversano sulla strada. Il paesaggio intorno a me è quasi spettrale, da fine del mondo. Sono stanco eppure riesco a coglierne la bellezza brutale e romantica. Mi sento immerso in un quadro di Caspar David Friederich, il grande pittore del romanticismo tedesco. Incredibile, nonostante la stanchezza, riesco a pensare ad altro oltre che ad arrivare in cima.

Mi aggrappo con le mani sulle manopole dei freni e fatico persino ad alzarmi sui pedali. Ma non voglio arrendermi. Non posso arrendermi. È una questione di orgoglio. Ho voluto la bicicletta d’epoca e ora devo pedalare. Anche se sono solo in questa atmosfera irreale. Anche se alzo lo sguardo e non vedo nessuno davanti a me e nessuno nei tornanti sotto. Eppure so che mi sono lasciato qualcuno alle spalle, e anche con dei buoni “garretti”, come diceva il grande Alfredo Binda. Qualcun altro, invece, ha preso la strada più breve e più facile per tornare a Montelparo, e magari è anche riuscito a schivare l’acquazzone.

Ho voluto provare a calarmi nei panni dei ciclisti del passato e ora ci sono rimasto imprigionato, fatica compresa. Sono inzuppato come un biscotto nel caffelatte, ma stranamente la maglia di lana non pesa. I pantaloncini, invece, restano impigliati alla sella, anche per questo faccio fatica ad alzarmi.

Pedalo e rigurgito tutta la storia del ciclismo che ho avidamente trangugiato fin da quando ero piccolo. Vedo davanti a me le immagini dei primi Tour de France. Le colline marchigiane si trasformano nei Pirenei. E io mi ritrovo a pedalare a ruota di Bottecchia e dei Pelissier.

Adesso posso davvero immaginare cosa provavano i pionieri del ciclismo. Mi sento un autentico “forzato della strada”, come il reporter Albert Londres aveva chiamato i protagonisti del Tour negli anni ‘20.

Ogni tanto qualcuno mi raggiunge e sorpassa. Già tenere il mio stanco passo mi sembra un successo. Riprendo un “forzato”, ma solo perché ha bucato: sta già cambiando il tubolare, gli grido la mia solidarietà e mi scuso perché non mi fermo ad aspettarlo. Potrei non riuscire a ripartire, lo so.

Arrivo in cima. Non mi reggo in piedi. Ho compiuto un’autentica impresa ma mancano le immagini che la documentano. Persino i fotografi sono scappati, hanno fatto una fuga all’indietro, al riparo delle sale con le volte a vela dell’antico monastero dove i cuochi aspettano impazienti di servire il pranzo, un menù della tradizione contadina approntato per dare un’ulteriore pennellata di antico a questo tuffo nel passato

Peccato. Sulla carta restano solo le foto del raduno quando, nella piazza antistante il Comune del bellissimo borgo medievale di Montelparo ci siamo ritrovati in una quarantina, un’enormità visti i nuvoloni neri nel cielo e la pioggerellina persistente dopo i temporali della notte. Sicuramente saranno belle anche le fotografie della prima parte della pedalata, con il sole spuntato all’improvviso e il paesaggio ritagliato sul fondale di un cielo azzurro che mai avrebbe fatto presagire un epilogo così turbolento.

Però il ricordo di una giornata così particolare, davvero unica, resterà indelebile nella memoria e continuerà a rivivere nei racconti di chi l’ha vissuta. E potrò dire: io c’ero.